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La stanza del vescovo , in Io lo conoscevo bene. Viaggio semiserio nei personaggi di Ugo Tognazzi, (a cura di) Elena Mosconi, Cremona Produce, Cremona 2016, PP. 106-109, ISBN 978-88-98762-01-9

"La stanza del vescovo", in Io lo conoscevo bene. Viaggio semiserio nei personaggi di Ugo Tognazzi, (a cura di) Elena Mosconi, Cremona Produce, Cremona 2016, PP. 106-109, ISBN 978-88-98762-01-9
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  Temistocle Mario Orimbelli.  La stanza del vescovo (Dino Risi, 1977)  Trama Marco Maffei, un giovanotto che ha vissuto da esule in Svizzera durante il periodo  bellico, trascorre il tempo navigando senza meta sul Lago Maggiore con la Tinca,  barca che ha acquistato d'occasione. Su un molo viene avvicinato dallÕeccentrico Temistocle Mario Orimbelli, in tenuta bianca coloniale, che lo invita nella propria villa sul lago. Qui conosce la moglie Cleofe, attempata e di ricca famiglia, e la cognata Matilde, presunta vedova del fratello di Cleofe, apparentemente morto in Abissinia. Marco • coinvolto suo malgrado in qualche gita in barca con l'invadente Orimbelli, allÕostinata ricerca di qualche evasione: con questo si trova a dover condividere due disinibite amiche svizzere. Nonostante un crescente affetto apparentemente ricambiato per Matilde, parte con lei e Temistocle per unÕescursione in barca: a questo infine la cede, convinto che siano amanti. Durante la notte trascorsa in un albergo sul lago a 18 km dalla villa di Temistocle, vengono avvisati che Cleofe • stata trovata annegata. Uno stratagemma di Temistocle fa s“ che la versione del suicidio venga immediatamente avvalorata. Dopo qualche mese Orimbelli sposa Matilde e Marco continua a frequentarli. Improvvisamente, Antonio, fratello di Cleofe, allertato per la morte della sorella, ritorna dallÕAfrica, dove si era nascosto vinto dalla vergogna per aver subito unÕevirazione durante il conflitto. LÕinsistente ricerca della veritˆ di questÕultimo, sostenuta dalla testimonianza del giovane Marco Maffei Ð che ha visto Temistocle allontanarsi dallÕalbergo in sella a una bicicletta la notte della morte di Cleofe - convince il giudice a riaprire il caso e a provare l'assassinio compiuto da Temistocle. Questi sÕimpicca e Marco, dopo aver passato la notte con Matilde, finisce per˜ per abbandonarla. Piero Chiara, autore del romanzo cui il regista con gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi (alla loro prima volta con Risi) hanno attinto, pens˜ proprio a Tognazzi nel concepire il personaggio di Temistocle Mario Orimbelli, il suo protagonista. Il film diventa dunque un monumento allÕattore cremonese, perfettamente a suo agio nelle vesti del laido avvocato, cui pure dˆ forma e sentimento con estrema cautela, controllando sapientemente il proprio istrionismo. Gli anni settanta per il regista Dino Risi, padrino della commedia allÕitaliana, sono il periodo di unÕinteressante svolta onirico-grottesca verso temi e storie dove pu˜ esplorare con eccessi spesso anche macabri la solitudine e la crisi esistenziale dellÕindividuo. Si tratta di una commedia  profondamente diversa da quella degli anni Sessanta: in questi anni Risi dirige il seguito de  I Mostri , che dieci anni primi aveva ritratto il cinismo degli italiani e che invece ora, ne  I nuovi mostri, trasforma questi in esseri truci, privi di quello slancio vitale che pur li caratterizzava e scagionava. Nei film degli anni Settanta cÕ• magari tenerezza, maggior vicinanza affettiva nei confronti dei personaggi, ma non cÕ•  perdono: le loro maschere mostrano inequivocabilmente le debolezze e le crudeltˆ, sono personaggi irrimediabilmente corrotti dalla morte quelli di  Profumo di donna  (1974), Telefoni bianchi  (1975),  Anima persa  (1976) e  La stanza del vescovo  (1977). Sono storie dove la spasmodica ricerca di unÕevasione vitalistica, scade inevitabilmente nellÕangoscia della tragedia, della morte, della disperazione. Cos“  La  stanza del vescovo  • un film perfettamente diviso in due, con una prima parte dove i segni e i presagi di morte non riescono davvero ad intaccare lo sguardo ironico e  beffardo e rimangono a quella distanza di sicurezza garantita dal ridicolo, e una  seconda parte dove questi stessi presagi si materializzano fatalmente interrompendo qualsiasi pretesa fuga o evasione vitale, virando la quotidianitˆ apparentemente spensierata e godereccia al cupo risvolto angoscioso della tragedia. Gli anni Settanta sono gli anni in cui anche Ugo Tognazzi porta finalmente a maturazione il lungo e meticoloso lavoro di costruzione e studio della ripugnanza e mostruositˆ dellÕuomo comune, italiano e quasi esclusivamente del nord industrializzato. Dopo le prove ÒesplorativeÓ degli anni Sessanta (le prime grandi interpretazioni in  Il federale  (1961) e  La voglia matta (1962), entrambi di Luciano Salce Ð il primo ad affidargli ruoli drammatici) quelle dove mette a punto la scrupolosa e puntigliosa costruzione delle debolezze e bassezze dellÕitaliano, negli anni Settanta Tognazzi punta direttamente e sfrenatamente alla mostruositˆ dellÕindividuo, colto nel pieno di una crisi esistenziale totale (in questo cÕ• una sintonia fortissima col percorso di Dino Risi). é una maturazione che emerge con forza nelle interpretazioni di Venga a prendere il caff• da noi  (Alberto Lattuada, 1970),  In nome del popolo italiano  (Dino Risi, 1971),  La  proprietˆ non • pi un furto  (Elio Petri, 1973),  La grande abbuffata  (Marco Ferreri, 1973), Telefoni bianchi  (Dino Risi, 1976) e soprattutto Cattivi pensieri  (Ugo Tognazzi, 1976) di cui cura anche la regia, con esito discutibile sul piano stilistico, ma  perfettamente coerente sul piano della ricerca di personaggi ripugnanti moralmente, ideologicamente, fisicamente e sessualmente. Temistocle Mario Orimbelli • un uomo di mezzÕetˆ ossessionato dalla fuga: dalla fuga da un matrimonio dÕinteresse che pare soffocarlo; dalla fuga da una villa sul lago che vede come una prigione e che lo condanna alla noia e alla ripetizione ossessiva di una vita svuotata; dalla fuga da una vecchiaia incombente e giˆ visibile, che lo espone al ridicolo; dalla fuga dalla morte e dalla visione dei morti. é un uomo ridicolo: coperto da un abito elegante bianco in ricordo, forse, dei fasti di quellÕepoca coloniale nella quale si • rifugiato, nascondendosi per dieci anni: gli stessi fasti che lui conserva segretamente in un  baule; • un uomo coperto da un costume da bagno palesemente e ostentatamente fuori moda, indossato forse pi che per nostalgia per coprire la porzione maggiore possibile di un fisico che non regge il confronto con la giovent, nonostante millanti un vigore e una virilitˆ ostentata solo a parole; • un uomo le cui ossessioni erotiche e gastronomiche (il pube femminile Ð Òil triangoloÓ: Òla terra si misura a triangoliÓ  pronuncia in un momento di luciditˆ quasi mistica Ð e la maionese) lo espongono a una voracitˆ animalesca scomposta, sregolata, sgraziata e in buona sostanza ridicola: • un uomo fisicamente ed esteticamente fuori misura, fuori forma, fuori moda. é un uomo pericoloso: intrappolato nelle proprie ossessioni e privo di qualsiasi orizzonte morale • un uomo Ð le donne del racconto non smettono di ripeterlo Ð Òcapace di tuttoÓ. Tognazzi • probabilmente lÕattore che pi di altri in Italia ha saputo interpretare con intelligenza la mostruositˆ dellÕuomo comune e denunciarne la  pericolositˆ sociale. Orimbelli farˆ di tutto per coronare ostinatamente e ossessivamente il proprio piano di felicitˆ, salvo rassegnarsi alla fine allÕevidenza della propria inadeguatezza: ecco il senso della tragica scelta finale, dÕimpiccarsi alla ÒCondŽÓ Ð per sottolineare, anche nel gesto estremo, la prosopopea del gusto scenico del personaggio Ð non per senso di colpa, nŽ per lÕaccusa di omicidio, ma per il senso del ridicolo, per lÕossessione della risata sguaiata e incontrollata della moglie che smaschera la caricatura di un uomo. Ma Temistocle Mario Orimbelli • anche e soprattutto Ugo Tognazzi. Sue le ossessioni erotiche e gastronomiche, sue le conquiste amorose di giovent, sua la tenerezza e la capacitˆ di commozione sprigionate da un male di vivere che lÕultima parte della sua vita lo costrinse a subire e che condivise con lÕamico Vittorio Gassmann. In questo risiede anche la capacitˆ di Tognazzi Ð forse unica nel suo genere Ð di far coincidere nei suoi personaggi mostro e   preda, vittima e carnefice nello scavo di personalitˆ tra le pi complesse, angosciose e labirintiche del nostro cinema.
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